2018: Odissea nello spazio e nella mente. Mostra collettiva

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Cuore buio dell’Universo – olio su tela cm 100 x 100

Mi affascina l’idea di odissea, intesa come incessante ricerca di un approdo, di pace, di un qualcosa di essenziale. Da sempre ho associato il colore blu a questo concetto. Ho voluto rappresentare l’odissea nello spazio infinito, nel cui cuore ho raffigurato l’idea di un feto come lo vediamo durante l’ecografia, sospeso anch’esso nel buio di un universo.  La Mongolfiera è protagonista durante quest’odissea: è vicina al cuore, all’origine, e vi si sta avvicinando, o allontanando, libera è l’interpretazione.

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L’alba dell’identità – olio su tela cm 70 x 80

Viviamo trascinati dal processo evolutivo, cavalchiamo il progresso nelle tecnologie e nelle scienze, a discapito della nostra natura. Kubrick, nel film, rappresenta lo slancio evolutivo come conseguenza del contatto con il monolite nero: oggetto/soggetto esterno, forse alieno, forse divino, che modifica il comportamento umano. L’epilogo però mette l’uomo di fronte all’impossibilità di superare i propri limiti.  Oggi l’uomo ha bisogno di un impulso che tocchi la propria coscienza e la propria identità. E’ dentro di noi infatti che possiamo ritrovarci ed evolverci con consapevolezza.  Ho contrapposto quindi la Mongolfiera, sferica sfumata sfilacciata, al monolite nero di Kubrick, geometrico e compatto. La Mongolfiera parte dalla Terra, cioè dall’uomo stesso per librarsi nel cielo, non è un oggetto che piomba sull’umanità, ed è molteplice come le sfaccettature dell’Io. E’ l’inizio, l’alba appunto, del ritrovamento di noi stessi, della nostra identità.

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“2018: Odissea nello spazio e nella mente” è la mostra collettiva presentata nello storico contesto di Palazzo Bertazzoli a Bagnolo Mella e che vede protagoniste le opere inedite, ed appositamente realizzate per l’occasione, degli artisti Francesca Kiara, Andrea Bessi, Beatrice Zanardelli, Elisa Bertolini, Manuel Giacometti, M.ONO e SIKU.
Il titolo della mostra, nonché l’argomento con cui gli artisti si sono confrontati per la produzione delle opere esposte, vuole essere un esplicito riferimento a “2001: Odissea nello spazio”, il capolavoro cinematografico di Stanley Kubrick del quale, proprio quest’anno, ricorre il cinquantesimo anniversario dalla sua uscita. Dato il minaccioso addentrarsi dell’evoluzione tecnica nella nostra quotidianità come predetto dal film, ciò che accomuna il sentire di questi artisti, nonostante la diversificazione tematica che le opere espongono, sembrerebbe il bisogno di indagare fenomeni prettamente attuali riappropriandosi di gesti e tecniche manuali, ad invocazione di un necessario ridimensionamento più in sintonia con l’individuo.
L’esposizione si dimostra il risultato di un’analisi a ritroso di ciò che ci ha condotti alla società odierna, divenendo essa stessa metafora del concetto di Odissea, sia quale risultato del vissuto di ognuno degli artisti sia, in senso più ampio, quale epilogo di un sentimento comune che solo l’arte ha il potere di far emergere.
A proposito della sua opera lo stesso Kubrick affermava: “(…) io non voglio precisare una chiave di interpretazione di 2001 che ogni spettatore si sentirà obbligato a seguire, altrimenti lui (lo spettatore) penserà di non aver colto il punto. “ A tal proposito sembrerebbe inevitabile un confronto tra la posizione del regista rispetto ai contenuti del suo film e quella degli artisti nei confronti delle loro opere: sia per Kubrick negli anni Sessanta, che per i protagonisti di questa mostra tutta contemporanea, il prodotto artistico acquisisce forza per la sua capacità ermeneutica, ovvero la possibilità di suscitare nel fruitore un’interpretazione personale e non necessariamente indotta da una chiave di lettura.
E’ partendo da queste premesse che percorrendo “2018: Odissea nello spazio e nella mente” i visitatori si confronteranno con le tele di Francesca Kiara, dal vitale cromatismo pittorico che contrasta con l’aggiunta, da parte dell’artista, di pillole e bugiardini farmaceutici, eco di uno stile di vita sempre più spesso scandito dall’abuso di psicofarmaci. I disegni di Andrea Bessi che con l’incisività tipica del tratto illustrativo, mettono in discussione quelli che sono divenuti i nuovi dogmi tipici di una società sempre più legata all’effimero. I nebulosi dipinti di Beatrice Zanardelli, ludici nella scelta di soggetti come le mongolfiere, ma dagli intenti impegnati in quanto manifesto della necessità di un approccio  svincolato, in cui prevalga il desiderio individuale a ciò che è socialmente imposto. Elisa Bertolini, tra le altre opere, espone una attualissima madre con bambino che viene alimentato da una maschera ad ossigeno: l’abuso da parte dell’uomo delle risorse di cui dispone comporta l’autolesionismo nei confronti della sua stessa specie. Manuel Giacometti, che in quanto street artista si pone come obbiettivo primario della sua poetica l’accessibilità, per l’occasione  propone un fotogramma tratto dal film leitmotiv della mostra e realizzato secondo la sua estetica a lui riconducibile. Sono di Marco Onorio, in arte M.ONO, un ciclo di opere dall’aspetto pittorico nelle quali l’impiego di materiali di sperimentazione, quali stucchi e reti in fibra di vetro, funge da scheletro compositivo, animando le superfici sino a renderle tridimensionali. Infine, si impongono con tutta la forza tipica di chi predilige la tecnica scultorea, tre opere grafiche e una scultura in marmo di Siku, ognuna delle quali ci guida a diversificate riflessioni sull’etica dei comportamenti umani.
Simona Caccia

 

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